Inviato da Suleima

“Ragazze, al ritorno si va alle terme?”
“Qualcuna passa per il Colosseo?”
“Facciamo che ci becchiamo a Piramide…”
“Ragazze io ho il saggio della classe di Ostia. Finisco alle 15”
“Esco dal lavoro, raccolgo le altre e ti passiamo a prendere noi! Tranquilla”

Ore 15.20, rispettando al minuto la tabella di marcia che così tanto mi sta a cuore, partiamo. Cinque amiche. Cinque madri. Cinque lavoratrici. Cinque donne che non vedono l’ora di staccare la spina per due giorni andando in trasferta a Firenze a vedersi il concerto dei Radiohead.
Abbiamo tutto quel che serve per la sopravvivenza in viaggio e non solo. Perché è vero che facciamo tanto le ggiovani, ma al gel antisettico per le mani e alle bocce di vino di cortesia per chi ci ospiterà stasera, non riusciamo a rinunciare, perché siamo delle signore a modo.
La strada è lunga, il sole non ci risparmia e dalla tabella di marcia non si può scappare. Guido io. Naturalmente. Anche un po’ il navigatore del cellulare, va’…
Aria condizionata a tratti. Finestrini sempre aperti. Vento fastidioso e piacevole che fa casino nelle orecchie, Despacito e cinque matte che se fanno i selfie in macchina sulla Roma-Firenze.

Arriva la prima coda per lavori sull’autostrada, la radio ne minaccia un’altra di 8 chilometri prima di Firenze e noi dobbiamo ancora ritirare i biglietti al botteghino acquistati 3 mesi prima. Rallentamenti a tratti e infine l’ingresso in città. Credo di non aver mai attraversato così tanti cantieri stradali aperti in una sola giornata con il navigatore che pareva ubriaco.
“Dopo la rotonda, prendi la seconda uscita e prosegui per 200 metri. Dopo la rotonda, prendi la seconda uscita e prosegui per 200 metri. Dopo la rotonda, prendi la seconda uscita e prosegui per 200 metri”.
“Ma l’ho superata 5 chilometri fa la rotonda!!“

Seguendo il flusso umano e automobilistico arriviamo all’Ippodromo del Visarno un’ora scarsa prima dell’inizio del concerto (inconcepibile per la mia ansia), con chi ancora doveva mettersi le lenti, chi truccarsi, chi darsi una botta di deodorante e chi a fatica si tratteneva dal bussare al primo portone a tiro per accedere a un bagno.
Il parcheggio vicino all’ingresso e l’emozione dell’avventura, ci danno la carica per partire a grandi falcate alla volta della biglietteria, tutte belle, capelli al vento alla Charlie’s Angels e davanti a noi un seratone che non dimenticheremo mai.

Peccato che a trenta minuti dall’inizio del concerto perdiamo uno dei cinque biglietti appena ritirati, costringendoci a ripercorrere il tragitto fatto, fino ad andare a pietire un accredito al botteghino. Sì, l’abbiamo fatto. Abbiamo davvero pensato che facendo gli occhi da cucciolo bastonato potevamo convincere lo staff a credere che non ce l’eravamo rivenduto, ma che ci era cascato inavvertitamente dai pantaloni, al bagno. Eh già. Quindi dopo una trattativa con tre persone diverse che stavano andando al ribasso pur di liberarsi del biglietto di troppo, ne strappiamo uno a 20 euro anziché 75… oramai non esisterà mai più altro modo per andare ai concerti che comprare i biglietti direttamente la sera stessa a 20 minuti dall’inizio!

Lo spiegamento di forze dell’ordine e i controlli antiterroristici sono aumentati enormemente e per accedere al pratone del concerto sembra di dover superare i primi cinque quadri di Tomb Raider. Ma a noi Lara Croft ce spiccia casa e ci ritroviamo a correre infilandoci nella folla che si infittisce sempre più man mano che ci avviciniamo al palco, mentre suonano le prime campanelline di “Daydreaming” che ci abbracciano fin dentro alla voce malata di Thom Yorke. Quel pazzo, ipnotico genio ci culla mentre prendiamo posto tra la gente e andiamo a cercare le birresenzalequalinonèundegnoconcerto. Il calore dell’umanità presente è reso sopportabile dalla leggera brezza che soffia nelle retrovie. Non vediamo granché, ma il suono arriva con una qualità più che decente e finalmente la musica si impadronisce dei muscoli i quali capiscono chi è il più forte e si concedono di sciogliersi un pochino per volta con ogni beat, con ogni rif, con ogni agonizzante suono che esce dalla pancia di Yorke.
Con in testa le dichiarazioni dei Radiohead sul non voler suonare canzoni del passato, ho temuto che questa fosse una tournée di sola promozione di Moon Shaped Pool, l’ultimo disco uscito nel 2016. Sono affezionata alle loro sonorità meno dub e più rock e speravo suonassero qualcosa dal passato. Mai stata delusa dai Radiohead. Arrivano una ad una… Airbag, 15 Step e più suonano e più ci gonfiamo di pura gioia.
All’improvviso quella voce da segreto in punto di morte comincia a mormorare “I’m on a roll. I’m on a roll”. In 50 mila siamo esplosi “Pull me out of the aircrash” insieme alla potenza d’urto delle chitarre di Greenwood e O’Brien e alla violenza delle luci della scenografia che ci bagnavano di rosso sangue. Lucky si espande a dolci ondate. Saranno in tutto 6 i brani tratti da Ok Computer. Un dono per noi figli del rock macerato, viscerale degli anni ’90.
Non facciamo in tempo a riprenderci che ci stordiscono con una Everything in its Right Place da crepacuore. Non paghi attaccano con Weird Fishes/Arpeggi, Idioteque, Exit Music, Bodysnatchers. Il fiato è corto. Il petto scoppia. Le gambe vivono di vita propria. La testa gira. E loro, spietati, infieriscono con le percussioni di There There che fanno vibrare la terra. Ma sono le prime note di Paranoid Android che ci sparano diretti in orbita. Andi Watson, il light designer delle scenografie dei Radiohead, ci risucchia nei suoi vortici di luci colorate come un alieno dalla sua navicella psichedelica. Viene giù Firenze. Siamo increduli. Quanta grazia!
E non è neanche lontanamente l’epilogo, perché nella faretra hanno ancora delle frecce dalla punta dorata pronte a trafiggerci. La prima non manca il bersaglio: Fake Plastic Trees. Dritta dritta nel cuore che si solleva, fluttua e risuona nelle voci di tutti i 50 mila.
Ma la più feroce, la più precisa, la più sottile colpisce l’anima: Karma Police fa piangere. Dolore, nostalgia, rabbia, grido, sfrontatezza, gioia. È generazionale.

Le luci si alzano. Non c’è nulla da dire. È tutto perfetto.

È il terzo concerto dei Radiohead a cui assisto (Milano 2008 e Roma 2012) ma questo è sicuramente il più generoso, pieno, maturo e completo che abbia visto finora. L’architettura sonora è perfetta. Non sgarrano. Sono precisi e commoventi. Il repertorio dimostra che non hanno timore di volgere uno sguardo indietro alla lunga serie di capolavori che hanno costellato la loro straordinaria carriera musicale, ma anche di sostenere e rivendicare le nuove strade più elettroniche intraprese negli ultimi dischi. Accolgono questo percorso fatto di sonorità così diverse tra loro, tanto da celebrarlo donandocelo con amore.

E come ogni concerto che si rispetti ci sono sempre un paio di canzoni che proprio avresti voluto sentire, ma ti senti un po’ viziatello anche solo a pensarlo perché hanno suonato tutto. Ma proprio tutto. Però Jigsaw Falling into Place e Creep… ah!

Scaletta:
Daydreaming
Desert island disk
Ful stop
Airbag
15 step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid song
Everything in its right place
Let down
Bloom
Identikit
Weird fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a film)
Bodysnatchers

Bis:
You and whose army?
2+2=5
There there
Paranoid android
Street spirit (Fade out)
Secondo bis:
Lotus flower
Fake plastic trees
Karma Police

Radiohead – 14 Giugno 2017, Firenze @ Visarno Arena

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