Era il 20 Agosto 1972: “The people of Watts sent a message to the people of the world: ‘Here we are. Hear what it’s about. Hear what our struggle is about!'”
Wattstax è stato un concerto benefico organizzato dalla Stax Records per commemorare il settimo anniversario delle proteste della comunità afroamericana nel quartiere di Watts a Los Angeles. Il concerto si tenne al Los Angeles Memorial Coliseum e in scaletta c’erano tutte le star della Stax: sonorità soul, gospel, R&B, blues, funk e jazz si sono susseguite dal pomeriggio alla sera. Ma fu molto di più, fu un momento di affermazione per il Soul del Sud e soprattutto un evento importante per la gente di colore che vi partecipò, i musicisti stessi lo definiscono ancora oggi “indimenticabile” superando nel tempo il semplice valore musicale.

La storia è andata più o meno così: Forrest Hamilton, il direttore della parte West Coast della Stax Record, fu l’ideatore di tutto. Durante le proteste del 1965 si trovava a Los Angeles e, l’anno dopo, diete vita al Watts Summer Festival – un evento che annualmente avrebbe commemorato l’accaduto. Con il settimo anniversario però volle fare di più, ideò un concerto di beneficenza e lo propose alla Stax. Sui primi momenti la proposta non fu accolta calorosamente però piano piano l’idea di un piccolo concerto di beneficenza crebbe in qualcosa di molto più grande che avrebbe dato lustro anche alla stessa casa discografica. Molti artisti accettarono immediatamente di esibirsi gratuitamente e le aspettative crebbero talmente tanto che, dalla classica location del Watts Summer Festival si passò al Los Angeles Memorial Coliseum.

Venne scelta una data che fosse pochi giorni dopo il settimo anniversario e che combaciasse con il compleanno di Isaac Hayes, la star della casa discografica, e venne scelto uno slogan che faceva più o meno cosi: “JOIN US AT THE BIGGEST RECORDING SESSION EVER… IN THE MAKING OF THE GREATEST SOUL ALBUM EVER! WATTSTAX ’72 BENEFIT CONCERT”. Seguendo le orme no-profit di Woodstock, i biglietti non avrebbero avuto un costo superiore a 1 dollaro, mentre altri 50.000 biglietti sarebbero stati regalati alle classi nere più povere. Quella che si materializzò di fronte al palco fu una folla di 112.000 persone, a stragrande maggioranza nera, in un clima di festosa e pacifica convivenza. Quello che ne venne fuori fu una giornata straordinaria di coscienza nera e partecipazione, condivisione e pace, soprattutto pace.

A introdurre il tutto tre momenti salienti: l’orchestra, diretta da Dale Warren, che suonò Salvation Symphony, il reverendo Jesse Jackson e il suo sermone “We’ve gone from ‘burn, baby, burn’ to ‘learn, baby, learn‘”, in cui esortò ognuna delle 112.000 persone a ripetere “I Am Somebody!” che divenne in men che non si dica lo slogan della giornata e l’inno della comunità nera Lift Every Voice And Sing.

Da qui per le consecutive sei ore ci fu solo musica, come disse il reverendo Jackson la gente era li per la “liberation through music“. La musica fu intervallata da famose star di colore come Richard Roundtree e Melvin Van Peebles. Dal soul corale, debitore del più antico gospel degli Staple Singers al ruvido e possente funk dei Bar Kays, dal blues urbano di Albert King, al vigoroso soul di Eddie Floyd passando per l’incredibile energia di Rufus Thomas. Praticamente tutti i cantanti della Stax si esibirono gratuitamente sul palco incluso Isaac “Big Ike” Hayes, il re indiscusso di Wattstax, la star che tutti aspettavano. Si esibì per un ora e la sua performance incluse una straordinaria versione di 18 minuti della canzone di Bill Withers’ Ain’t No Sunshine.

Wattstax fu un’esperienza magnifica. La gente venne con i bambini, con il picnic nei cestini, e si misero tutti a danzare. Non ci fu la minima violenza, né il più piccolo problema. Nulla di nulla di quello che ci si sarebbe potuto aspettare da una folla di 112.000 persone. Al termine della Black Woodstock, come venne fin da subito chiamata, il Reverendo Jesse Jackson tornò sul palco non per il classico sermone finale ma solo per invitare il pubblico a “unire le mani in preghiera e ringraziare il signore per questo giorno”.

Avocado Toast

Facciamo onore alla Black Woodstock di Los Angeles con un piatto che nasce sotto il sole della California ma è conosciuto in tutto il mondo ed anche uno dei protagonisti indiscussi della food photography su instagram: l’avocado toast! Originariamente era composto solo da pane tostato e avocado schiacciato condito con sale, pepe e succo di limone, mentre ora ne esistono infinite varianti. Ma tutte rigorosamente in versione toast aperto come vuole la tradizione.

INGREDIENTI:

pane di segale a fette
1 avocado
1 lime
bacon (2 fette circa per toast)
uova (1 uovo per toast)
pomodoro tondo (2 fette circa per toast)
burro
sale e pepe

PROCEDIMENTO:

  1. Dividere a metà le fette di pane e tostarle un paio di minuti per lato in una padella antiaderente con una noce di burro sciolta.
  2. Pelare l’avocado, eliminare il nocciolo, prelevare la polpa con un cucchiaio, metterla in una ciotola e schiacciarla bene con una forchetta. Condire con sale, pepe e il succo del lime.
  3. Cuocere l’uovo al tegamino, tagliare a fette sottili il pomodoro e abbrustolire il bacon su una piastra antiaderente (fino a farlo arricciare).
  4. Spalmare la polpa di avocado su ogni fetta e guarnire aggiungendo le fette di pomodoro, quelle di bacon e l’uovo. Si può fare un toast con tutte le farciture o metterle singolarmente su toast diversi.

Bonus Tracks:

  • Se vi piace, potete aggiungere un po’ di peperoncino piccante al condimento dell’avocado.
  • Potete sostituire il lime con il limone e variare il ripieno (uovo in camicia, salmone affumicato, pomodori secchi e noci, ecc).
  • Se dovete trasportarlo, vi consigliamo di disdegnare la versione tradizionale e coprirlo con una seconda fetta di pane.
  • Innaffiate il tutto con un bel bicchiere fresco di vino bianco californiano.

Wattstax – 20 Agosto 1972, Los Angeles