Inviato da Suleima

“Con il resto del gruppo pensavamo di darci appuntamento alla nota palla alle 19-19.30. Che ne dite?”
“Io esco dal lavoro per le 18 ce la dovrei fare”
“Io arrivo a casa e alle 18 vi vengo a prendere tutte a casa”
“Io esco dal lavoro alle 14.30, torno a casa, prendo la macchina, mi faccio 80 km per prendere la piccola, rifaccio 80 km, la porto da mia madre all’altro capo della città e per le 18 dovrei aver fatto tutto”

Ore 17.58
“Devo ancora rientrare a Roma! Voi andate, io arrivo”
Ore 18.50
Una volta depositata la figlia e tentato il suicidio con una compressa gommosa di MomentAct per far superare le ore in piedi alla mia schiena, resta solo da scavalcare quell’unica fila di lamiera di cui non si vede la fine.
Ore 19.30
Isola Tiberina. Parcheggio la macchina e mi incammino verso lo stadio Olimpico. Nonostante le apparenze è stato un colpo di genio. A ponte Sisto, in pieno stile newyorchese, caccio un fischio alla pecorara al taxi, “Allo stadio Olimpico per favore! Volando!”
Ore 20.04
Mi faccio scaricare a circa un chilometro dallo stadio, inizio a correre e dentro di me solo una voce, “corri Forrest, corri!!”. Con un piede bestemmiante, una schiena tenuta insieme da quattro molecole di antinfiammatorio, un polmone in una mano e il cuore nell’altra, arrivo finalmente dai miei adorabili amici che hanno avuto la pazienza di aspettarmi senza farmela pagare cara.

Adrenalina, aspettativa, vibrazione e quando ti affacci dopo l’ultimo scalino prima di entrare, vieni investito da una vertigine e devi prendere un grande respiro: un enorme palco e decine di migliaia di persone pronte a vedersi uno spettacolo davvero indimenticabile.
I due apripista di un metro e novanta del nostro gruppo ci conducono nel punto più vicino che si possa raggiungere a quell’ora e una volta sistemati tutti in ordine di altezza, come nelle migliori foto di classe, parte la delegazione birra che torna vittoriosa in tempi da record. Inizia il totoscaletta, ma nessuno si aspetta quella che sta per accadere.

Via le luci. I maxischermi in bianco e nero proiettano l’ingresso del gruppo storico del grunge rock americano più vitale che mai, accompagnato dal boato dei 40mila presenti, pronti a far saltare le coronarie a ogni nota.
Release, Corduroy, Do the Evolution… ne infilano una dopo l’altra. Mccready, avvolto nella pelle nera e nei suoi mille tatuaggi, sembra posseduto dal demonio mentre ci trascina nei suoi incredibili assoli. Eddie Vedder, con la voce che si propaga dalle sue viscere alle nostre, salta, corre, canta senza steccare mai, legge infiniti papiri in un dolcissimo italiano stentato, si lancia in pensieri e dediche alle donne in lotta da secoli, beve vino e sembra divertirsi come un ragazzino.

Even Flow, Wishlist, Immortality, Porch, solo per citare alcune delle canzoni più celebri che suonano nella prima parte. Perché di pezzi, in 3 ore e 15 minuti ne fanno ben 35!

“Accendete tutti i telefoni e cantate insieme a me” ci dice Eddie, ricordando l’anno scorso quando una cometa ha illuminato il cielo di Firenze mentre cantava Imagine. E allora con la luna piena sopra di noi, migliaia di luci intorno e i cuori gonfi, cantiamo e la cantiamo tutta. Ma è quando sugli schermi appare la scritta “Aprite i porti” che quella canzone e quell’emozione prendono la loro vera forma, quella dell’umanità che non si arrende, che sogna tempi luminosi, che urla la parte migliore di sé. E l’emozione si traduce in pelle d’oca e lacrime di gioia perché non ti senti poi così tanto solo.

È passato già un bel po’ di tempo e tutti cominciamo a temere che non suoneranno quelle canzoni che ancora mancano all’appello della nostra tracklist ideale. E invece eccole… Daughter, Jeremy, Better Man e poi l’inaspettato fendente all’anima, Comfortably Numb suonata e cantata senza far rimpiangere neanche per un momento Roger Waters e David Gilmour, seguita da Black che fa venire giù lo stadio. È la canzone che aspettavo più di tutte, quella che non mi avevano suonato a Berlino 6 anni fa, è la canzone che mi ha fatto innamorare della loro musica, è la canzone che canto a squarciagola abbracciata alle mie amiche e che fa risalire tutto lo struggimento di ogni amore perduto.
Non paghi affondano la lama con un’esplosiva Alive per poi strapparci le ultime corde vocali rimaste con un lunghissimo omaggio al vero padre del grunge, Rockin’ in the free World di Neil Young! Le luci dello stadio erano già accese da un po’, ma nessuno aveva intenzione di andarsene, di interrompere quella magia.
Note, parole, politica, umanità, tanto godimento e tanta bellezza. Non si poteva chiedere di più, non si poteva lasciare quello stadio più satolli e grati di così. Per la prima volta in vita mia sono uscita da un concerto senza pronunciare la consueta frase, “certo, quella canzone me la potevano pure fare”…

Pearl Jam – 26 Giugno 2018, Roma @ Stadio Olimpico
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